(...) Il dono più grande di Dioniso è la particolare sensazione di totale libertà che prende i suoi
adepti. Vestite con pelli di cerbiatto e con in mano il tirso, il lungo bastone avvolto da tralci
di edera o di foglie di vite, potente emblema del dio stesso, e con sul capo corone d’alloro,
le Baccanti seguono la loro guida – di solito un sacerdote del dio – nei luoghi più selvaggi
delle montagne, perdute nella beatitudine della danza. La loro danza è accompagnata dal
battere pesante del timpano (un tondo di pelle tesa), dalla melodia del flauto, e dalle loro
grida. Tutto ciò porta ad accrescere il senso di esaltazione: alla notte, alla musica, alla
danza ritmata, alla luce delle torce che squarciano le tenebre notturne, si aggiunge sicuramente
il vino, il dono privilegiato del dio.
Difficile davvero capire in che modo e quando questo sfrenato culto orgiastico asiatico sia
potuto penetrare nelle roccaforti della mente greca, tutta tesa ad affermare il primato della
ragione, la forza dell’intelletto come parametro di verità in opposizione alle impressioni dei
sensi. Eppure dopo la scoperta del miceneo non abbiamo più dubbi sulla grecità di Dioniso.
In nessun luogo Dioniso è considerato un dio barbaro. Nemmeno quando i suoi furori
sembrano relegarlo definitivamente nella barbarie.
Dio senza fissa dimora, egli si manifesta nei luoghi più diversi: Argo, Lesbo, Olimpia, Taso,
Delfi, Tebe, sulle rive atlantiche e più in là ancora, appare e avviluppa al rosso del vino
spumeggiante il colore del sangue nel furore bacchico. Dioniso, il dio che fa delirare, che
afferra la sua preda trascinandola nella follia, nel delitto, nell’impuro, nell’osceno. Dioniso,
il dio dei vigneti, del vino, della bevanda che inebria e che esalta.
Tratto da:pannunziomagazine